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Prof A. Poliseno
Stoicismo nell'Antica Roma
(2)
Marco Aurelio, nelle sue Meditationes, parla di come l'uomo saggio
capisca i limiti impostogli dal mondo, e riesce a convivervi. Il
concetto di uomo saggio è tipico dello Stoicismo romano in
seguito ad una trasformazione del concetto greco, o deriva direttamente
dalla Stoà Greca?
Cn. Equitius Marinus
La saggezza (phronesis) indica un comportamento razionale, la virtù
che determina ciò che è bene o male per l'uomo. Non
è la sapienza, intesa come conoscenza filosofica di concetti
alti, ma conoscenza del miglior modo di condurre la vita. Uno sguardo
alla storia della parola lascia comprendere che essa ha assunto
significati diversi nello scorrere dei secoli, connessi con quelli
di etica e di virtù.
In Omero non si rinviene un termine che indica tutte le attività
spirituali nella loro complessità, "un interiorità
connettiva dello spirito", presupposto della coscienza come
centro di decisione e responsabilità. Rileva solo le singole
attività psichiche: noos indica l'aspetto razionale; thumos
è l'organo interiore del movimento; alla phren sono attribuiti
gli impulsi superiori; L'anima: la psyche, tiene in vita l'uomo,
ma non viene intesa come "centro della sua spiritualità
e della sua forza". L'eroe omerico se riconosce di aver fatto
del male, ne attribuisce la responsabilità agli dei.
L'etica omerica si identificava del tutto con il concetto eroico
dell'areté, un termine che ha la stessa radice di aristos,
il superlativo di valente1 ed è sinonimo di forza, coraggio.
L'eroe doveva essere prode e superare gli altri. Isocrate ricorda
che Omero era letto ai giovani per sollecitarli ad imitare l'areté
di coloro che avevano combattuto2. La brama della gloria era la
forma più alta dell'eroismo. L'onore non era un riflesso
marginale, inessenziale della virtù: questa era acquistata
con l'onore ed i valori ricercati erano quelli del successo e dell'ammirazione.
La competizione per raggiungere la gloria non aveva freni e non
conosceva rispetto dei rivali. In un ordinamento sociale fondato
sull'approvazione e l'ammirazione l'onore era l'unico mezzo che
consentiva all'individuo di uscire dalla sfera dell'individualità
ed immettersi in quella dell'ideale. Solone, legato ancora all'aspetto
esteriore e sociale della virtù, identifica l'areté
con la doxa agathé.
L'interiorizzazione dell'etica e della virtù, che dell'etica
rappresenta l'aspetto dinamico, è frutto di un processo lungo
che passa attraverso i diversi valori dati alla vita, dopo la scoperta
della coscienza come centro dell'attività umana.
La cultura attica, sostituendo all' areté eroica la sophrosyne,
determina la crisi dei valori iliadici, e fa subentrare la moderazione
alla sopraffazione legata alla ricerca della gloria. Scopre che
la premessa teorica e pratica del vivere è la sapienza (sophia),
che è patrimonio di pochi; i più devono accontentarsi
della philosophia, cioè dello sforzo di fare assumere al
logos il giusto atteggiamento; la phronesis era la saggezza pratica,
la scienza del bene e del male; con lo scegliere i valori da essere
perseguiti, la virtù assumeva la denominazione di sophrosyne:
la padronanza di noi stessi, o temperanza che mantiene gli istinti
in armonia con il logos. Sono le quattro virtù cardinali
esaminate da Platone, Aristotele, Teofrasto.
La sophrosyne era un termine con significati molteplici: etico:
assenza di orgoglio, temperanza; politico: moderazione nelle decisioni
e nel comportamento; religioso: rispetto degli dei, mancanza di
tracotanza sacrilega (ybris).
Crisippo recepì i termini phronesis e sophrosyne e associò
alla prima altre virtù: l'avvedutezza, la ponderatezza, l'abilità
nello scegliere i mezzi, ecc; alla sophrosyne invece subordinò
il senso dell'opportunità, il decoro, la fortezza, la moderazione,
la fermezza, la giustizia ecc.
Durante il periodo ellenistico il concetto di saggezza fu tenuto
in tale considerazione che Epicuro la stimò superiore alla
stessa filosofia3. Non bisogna dimenticare che anche l'epicureismo
contribuì alla precisazione del termine.
Zenone ritiene che l'ethos sia " la sorgente della vita dalla
quale scaturiscono le singole azioni e si riflette perfino nell'aspetto
esterno"4. In questo caso ogni azione è un katorthoma,
un azione perfetta che trae origine dall' orthos logos.
Tra i katorthoma, espressione del logos, e gli errori peccaminosi
amartemata, vi sono molte azioni "medie" tra le quali
rientrano gran parte di quelle che noi facciamo in funzione della
nostra esistenza animale. Quelle che noi compiamo "secondo
natura" le ritiene "convenienti", katheconta, ed
indicavano le esigenze e gli obblighi che si pongono all'uomo in
date circostanze. Sono le azioni che non procedono dal nostro vero
essere, ma si "avvicinano a noi", in quanto sono ciò
"che nella vita risulta in modo conseguente alla nostra natura
complessiva".
Il saggio inizialmente è un uomo talmente perfetto che gli
stoici arrivarono a dichiarare che nella storia dell'umanità,
c'era stato forse solo qualche saggio. Anche per lo stoico dello
stoicismo classico la saggezza, come moderazione e compromesso,
era la condizione per continuare a vivere. Del resto, la materia
dell'agire può rientrare sia tra i katorthoma sia tra i kathekonta,
la differenza la fa lo spirito con cui si agisce. Il kathekon come
azione che a noi conviene in conformità con la natura universale,
costituisce il nostro dovere. Poiché questo concetto comprende
tutto ciò che è conforme alla natura umana è
giustificato dal punto di vista del logos. In seguito il concetto
si restrinse ed indicò le azioni che, nell'ambito della comunità,
ci vengono imposti come doveri della legge razionale. La cultura
romana lo mutuò dallo stoicismo classico arricchendolo ed
arricchendosi. Questa evoluzione si accentuò quando i romani
adottarono il concetto stoico e lo identificarono con il loro termine
officium
I romani avevano i loro valori, tramandati dal mos maiorum: pietas:
il dovere religioso che impegnava l'uomo nei rapporti con gli dei,
la patria, i parenti. Virgilio chiama Enea pius, per la sua devozione
al padre.; la fides, la lealtà che ispira fiducia. Tutte
queste qualità avevano la loro radice nella disposizione
naturale del vir, nella virtus che racchiudeva tutte le qualità,
in una unità indivisibile, che un uomo dovrebbe possedere
e che faceva del vir un vir bonus..
Lo stoicismo portava dentro di sé l'alternativa tra l'adesione
al logos e le esigenze della physis; i romani cercano con maggiore
impegno la loro conciliazione.
Il kathekon-officium per i romani era tutto ciò che è
compiuto in vista di una ragione5. La virtù consisteva nel
giudicare correttamente il valore delle cose, nel sapere ciò
che è giusto, utile, cosa è bene e cosa è male.
Entusiasti degli ideali di coerenza assoluta e del cosmopolitismo
degli stoici li immisero in alcuni loro valori tradizionali.
Per esempio, il concetto di aequitas era già presente nel
diritto romano, "ma rappresentava l'istanza ideale, intrinseca
allo stesso diritto, che persegue un trattamento giuridico in pari
situazioni giuridiche", era l'interpretazione rigorosa e scrupolosa
della norma; lo stoicismo fece maturare l'esigenza di darle una
dimensione etica. Il concetto nel corso dei secoli ha poi subito
un'evoluzione tale che oggi equità non significa mera interpretazione
del diritto ma un nuovo principio frutto della morale della religione,
del diritto.
Per merito dello stoicismo maturò il concetto di humanitas.
A formare questo ideale contribuì soprattutto Cicerone, ma
le premesse le pose Panezio. Cesare chiama Procillo, che mandò
quale ambasciatore ad Ariovisto, summa vitute et humanitate adulescentem.6
L'humanitas, ideale civile e sociale dell'età ciceroniana,
consisteva nel "riconoscere e rispettare l'uomo in ogni uomo",
nel "superamento del nazionalismo".7 Non ci vuole l'esegeta
per cogliere la presenza dello stoicismo!
Tre momenti caratterizzano la morale pratica della Stoà nell'età
imperiale: si stabiliscono legami più saldi fra filosofia
e sentimento religioso. La ridotta 'partecipazione alla vita politica
consentì una maggiore concentrazione su se stessi e l'impegno
al proprio miglioramento morale; il ripiegamento su se stessi permise
di modificare la fede stoica secondo le esigenze personali.
Resta sempre presente la convinzione che tutto il mondo è
retto dal logos. Epitteto riteneva che l'uomo non sia in grado di
rispondere all'imperativo del "conosci te stesso e il tuo destino"
senza quella premessa.
Rispondere alla domanda se il concetto di saggezza sia stato mutuato
direttamente o tramite adattamenti è facile e difficile contemporaneamente.
Facile perché anche i concetti morali variano nel corso dei
secoli; conservando però la propria identità, ma è
difficile indicare il come e il quando, perché non fu breve
il tempo di compenetrazione e fu molto ampia l'aria geografica dei
contatti.
In ogni periodo lo stoicismo resta fedele alla convinzione che la
libertà dalle affezioni è raggiunta solo dall'uomo
che rappresenta la piena esplicazione del logos , ma poi deve fare
i conti con la realtà della natura dell'uomo che è
spirito e materia. Durante il Principato, quando la libertà
del diritto pubblico era scarsa, dovette rassegnarsi a rivendicare
la convinzione che la vera libertà è quella del diritto
naturale: l'indipendenza interiore.
La teologia, anche nel periodo imperiale, è quella stoica:
Dio è logos e physis, fatum e pronoia. La vita futura solo
un bel sogno.
L'adattamento alla realtà è una necessità alla
quale non sfugge chi vuole continuare a vivere e rinuncia a sacrificare
la vita a premesse puramente razionali. Lo riconobbe Kant. Dopo
aver asserito che l'uomo deve essere mosso esclusivamente dalla
forma della legge, ed aver celebrato con accenti lirici il "Dovere
! Nome sublime e grande"8, deve riconoscere che la sua morale
richiede azioni tali "di cui il mondo non ha, forse, mai offerto
fino ad oggi il minimo esempio".9
Anche lo stoico saggio dovette rassegnarsi alla realtà della
vita che non è solo razionalità, perché i sentimenti,
le passioni, la physis, sono non meno reali del logos. La saggezza
anche per lo stoico, che non voleva rimanere un'icona utopica, era
quella del buon senso: tendere al massimo, accontentarsi del possibile.
L'ideale deve essere trascendente ed immanente contemporaneamente.
Se troppo al di sopra delle nostre forze resta inutile; se di troppo
facile accesso esaurisce in breve il suo compito di guida. Marco
Aurelio prima di essere stoico era un romano e fece i conti con
la realtà della vita.
Lo stoicismo contribuì non poco a rendere più saggia
l'umanità. I suoi ideali di coerenza e fratellanza non sono
rimasti inerti principi nella storia dell'etica personale e sociale.
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